Kelvin 273

Francesca Rita Rombolà

La poesia e la guerra

La poesia e la guerra

I tamburi di guerra si odono ogni giorno e ogni notte. Vicini o lontani. Lontanissimi o vicinissimi. Dietro l’angolo oppure oltre la linea dell’orizzonte Si odono per tutto l’anno. Si odono da anni. Si odono da secoli. Si odono da millenni. Si odono fin dalle prime civiltà. Si odono da sempre. Non c’è mai stato un periodo storico sul pianeta terra che non abbia conosciuto la pace globale. Uguali, distinti, chiari, talvolta spaventosi, talaltra del tutto normali, delle volte perfino monotoni. Di giorno hanno ritmi incessanti. Rullano. Durante la notte sono un suono vago e indistinto. Un suono che penetra ciascuna fibra dell’anima e fa vibrare ciascun lembo di pelle. Ogni guerra, da quella combattuta con la fionda più di diecimila anni fa a quella combattuta con le bombe, i mitra, gli aerei nel ventunesimo secolo, porta con sè inevitabilmente distruzione, miseria, perdita, dolore dello spirito e sofferenze del corpo ma soprattutto morte. Dove la guerra sosta, anche per un tempo brevissimo, non vi sono che macerie su macerie … intere città, che un tempo furono ricche, prospere, popolose e splendide non esistrono più, ed espressioni sconvolte di uomini e di donne che in giorni di pace furono felici, e visi stravolti di bambini, che sono stati lieti nei pochi istanti concessi all’infanzia, fra polvere e detriti come spettri di sè stessi sopravvissuti agli orrori che esseri umani sanno infliggere, purtroppo da sempre, ad altri esseri umani. Una guerra si sta consumando adesso, negli attimi costanti di un presente infinito e inaudito. Non è la prima. Non sarà l’ultima.

 

La Poesia ha cantato le guerre epocali del passato trasformandole in gloriose epopee coronate dalle epiche gesta dei suoi eroi. La Poesia oggi non sa più cantare la guerra. Forse non ci riesce più. Forse non vuole farlo più. Forse si rifiuta di cantare un’epopea di guerra che epopea di guerra non è. Forse non vi sono più eroi o guerrieri ai quali il Canto possa dare l’immortalità. Innocente come il più innocente dei bambini dilaniato dalle bombe, derubato del sorriso e della vita, la Poesia si fa presenza appena percepita, unica e quasi incomprensibile e indefinibile. Ma, ancora e sempre, a cantare sulle miserie, le rovine o le glorie della guerra.

 

Guerra

Ascolta, i tamburi che spingono la notte

nello staccarsi continuo delle foglie d’ottobre.

Avanzano gli anni e il vento carico della notte.

Ascolta: tamburi nella notte!

Oh come silenziosa e inesorabile è scesa la notte

un passo sordo e sordido

sull’erba che spunta, perchè ora

il canto dell’addio è preghiera che si arrossa.

Mi dicono che guerra è uccidere;

ma guardate le nostre case invase dalla guerra

e capirete che “war” è la radice

di un suono dimenticato nell’oblìo.

Mi dicono di non ascoltare, e io invece

sento quando mi dicono di non sentire:

la mano che rulla di colpi,

le mani che battono e affondano

nello stagno del proprio ruggito di sofferente.

La mano non sa da dove viene la sua forza

e il suo dolore.

La guerra è un gioire troppo grande.

Ascolta: tamburi nella notte, ancora lontani

ma senza lontananza.

La guerra è l’orrore della giusta causa

e il riverbero della felicità più giusta.

Un suono debole sale nella notte

contro la notte che guazza

dentro il suo vomito di quiete

e tu e loro non sentite,

non ascoltano, non percepite

il suono dei tamburi in mezzo

al gracidare limpido delle rane.

 

Hai mai visto il gelo che pietrifica l’occhio

di un bambino spaventato?

Avete mai guardato il suo viso che porta

la maschera dell’odio?

E il suo cranio sfracellato

e le sue molli carni devastate come larve di farfalla?

Il suo odio è più spietato

di quello del padre

e il suo occhio vitreo ti perseguiterà

nel sentore degli unicorni

perchè le sue ali non spiccheranno mai il volo.

Udremo il tocco dell’infinita mano, un suono di pioggia

che riversa in mare le sue meraviglie, lampi sonori

che irromperanno nel rifugio che ha scelto la terra;

e poi ascoltate, come questa musica

non parla per dirci il suo sgomento scalcinato.

 

Tamburi nella notte!

Non li udiamo, non ci piace sentirli?

Ma li ascoltiamo bruciati dall’eterna pace promessa.

E adesso, or ora; l’urlo canta “war”

sulle ossa, per non gridare: Pace!

Non c’è nulla di superiore alla guerra tranne

il senso estremo della guerra…

… e quel bambino che non ha più volto

e non lo avrà mai più.

 

Tamburi nella notte!

Ascolta.

Ascoltino.

Ascoltate.

 

Poesia tratta dalla silloge poetica “Alba, sul ponte sospeso” (anno 1994) di Francesca Rita Rombolà

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Francesca Rita Rombolà

Francesca Rita Rombolà è una poetessa e scrittrice. Ha pubblicato diversi libri di poesia e di narrativa (romanzi, raccolte di racconti, raccolte di poesie). Ha ricevuto menzioni e riconoscimenti vari da critici letterari e giornalisti(primo fra tutti Indro Montanelli nel lontano 1989) fra i quali Mauro Baroni, Paolo Ruffilli, Ettore Fini, Giorgio Barberi Squarotti. Ha frequentato alcuni corsi di scrittura creativa e ha collaborato con la rivista francese di teatro “CASSANDRE HORSCHAMP” diretta da Marc Tamet autore di teatro contemporaneo a Parigi. Francesca Rita Rombolà scrive sul blog WWW.POESIAELETTERATURA.IT – Canto e parole nell’era dei sentimenti estinti… Ha scritto anche diversi articoli per il blog CAMBIAVERSO – L’informazione controcorrente. Sue poesie e suoi articoli di musica e letteratura appaiono anche, periodicamente, sul blog DELIRI PROGRESSIVI. Scrive sul giornale on line PrimaPaginaOnLine.org.

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