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Francesca Rita Rombolà

La tomba del poeta

La tomba del poeta

La tomba del poeta parla? La tomba del poeta dice qualcosa a chi si ferma presso di essa anche per darvi un fuggevole sguardo soltanto? Sì, la tomba del poeta ha parlato in passato. E parla nel presente. Continua a parlare nel presente. Parla in un presente fuori dal tempo e in uno spazio che è forse un non – luogo o forse è proprio il luogo per eccellenza: il topos dell’anima e della memoria che sa trattenere il silenzio remoto nel già trascorso o remoto nel divenire, il topos dello spirito che percepisce ed anela, spera e vive andando sempre oltre. Oltre se stesso. Oltre l’effimero e il mediocre. Oltre la banalità e l’appiattimento. Oltre la vita e la complessità della vita. Ma soprattutto oltre la morte. E oltre il mito della morte. Un tumulo, una lapide, un cippo, una cavità naturale nella roccia, un menhir o un circolo di pietre, un’urna o un loculo, un mausoleo, un sepolcro monumentale la tomba del poeta cattura e affascina, stimola alla riflessione immediata e induce a meditare su cose profonde e ultime. Non porta quasi mai al pianto o alla commozione. Le lacrime sembrano quasi superflue e assurde dinnanzi a chi, con i propri versi, ha sfidato l’ Eternità e nell’Eternità è entrato varcandone la soglia con passo sicuro e avventurandosi nell’ignoto come se si dirigesse dritto dritto nella raccolta intimità della propria casa. C’è perfino chi va alla ricerca della tomba del poeta quando questa ufficialmente non esiste e gli annali della storia non se ne curano affatto o se ne curano poco e male, chi la raggiunge da pellegrino quale ambita e imperscrutabile meta di pellegrinaggio al pari di un santuario o di un tempio. Muto è il dialogo fra la tomba del poeta e il suo visitatore determinato o occasionale. Muto nella lingua ordinaria degli esseri umani, nel linguaggio distorto e frivolo della quotidianità ma vivace e prolisso nei simboli e nella quiete, nei frammenti di estasi o di tormento taglienti come lastre rotte di vetro, negli sprazzi di luce improvvisa e di oscurità istantanea, nei lampi di chiarore o di tenebra che la presenza/assenza crea dentro il dominio dell’immaginifico. La tomba del poeta indica. E’ segno. E’ significato e significante. E’ ermeneutica nascosta, radice del mistero dell’originarietà perduta per essere ritrovata perchè la tomba è archetipo femminile, forse l’archetipo femminile per antonomasia che avvolge e abbraccia, accoglie e riscalda, protegge e custodisce. E’ nascita e morte insieme al di là di ogni vissuto nel bene o nel male…

Ci si inabissa nel nulla forse cantando, si cammina nel vuoto a stretto contatto con le paure più terribili e più micidiali per l’anima in una sorta di viaggio iniziatico per riconciliare il conscio con l’inconscio, la zona d’ombra con l’ampia radura luminosa.

Il poeta forse non è mai morto. In quella tomba, dinnanzi alla quale lo stupore e la meraviglia riportano il poetare, forse non vi sono ossa o polvere, ceneri e maschere funerarie. Forse niente è contenuto di reperibile, di doloroso trapasso, di sofferto sospirare notturno. Forse vi è solo vento, urlo, passione, libertà infinita ignara del cielo, della terra e della fama che i secoli e i millenni decreteranno. La tomba del poeta, alla fin fine, è una non – tomba, dolce sugello dei vivi con la fitta schiera dei morti. Ritornano così le poesie, lette tante volte e recitate altrettante volte in momenti, in ore, in giorni di tristezza o di oblìo, di esaltazione e di rivolta, del poeta il quale adesso giace, spossato, forse riposa stanco, forse dorme il suo sonno meno duro nella tomba o grembo che mai lo contiene completamente e veramente.

Una Francesca Rita ragazza appena(diciotto anni compiuti da qualche mese soltanto)scriveva ciò riflettendo e meditando dinnanzi alla tomba di due sommi poeti: Giacomo Leopardi e Publio Virgilio Marone.

 

Salita della Grotta – Piedigrotta/Napoli – 30 luglio 1982

“Sto guardando la tua tomba e non piango. Non piango mentre le mie mani stringono forte il freddo marmo del tuo mausoleo. Dalle alte rocce colano giù rivoli di acqua limpida e fresca, gli uccelli cantano festanti nascosti fra il verde degli alberi. Tutt’intorno fiori, fiori e verde e acqua purificatrice e rupi antiche e un maestoso silenzio. La natura che hai amato e odiato ti ha accolto nel suo grembo ormai da più di cento anni.

Io per un attimo ho trovato la pace, tu forse l’hai trovata per sempre. Guardo intorno: in un angolino un vaso di fiori freschissimi… ti ricorderemo fino a quando il mondo non sarà distrutto da un qualcosa di imperscrutabile ancora… Son venuta a dirti che i Kirghisi continuano a scorazzare da un punto all’altro della steppa siberiena e la notte, nell’immensità della steppa, interrogano la luna senza ricevere ancora risposta…

Una navicella spaziale è partita dalla terra con degli astronauti a bordo, in missione per l’Universo senza fine. Uno degli astronauti, seduto al suo posto di guida tra computers e robot, sta leggendo i versi de l’Infinito e si ricorda della sua terra, delle sue montagne, della sua valle; rivive il tempo passato: grida di bimbi gioiosi, campane che suonano a festa, contadini che ritornano dai campi, artigiani che chiudono le loro botteghe al calar del sole, balli, schioppi che rompono il silenzio di una splendida notte di stelle… Alza lo sguardo e si mette a guardare da dietro un oblò: spazio ed astri, silenzi senza interruzione, il vuoto, il nulla; le voci si fanno lontane, si affievoliscono, si spengono. Si va davvero verso il nulla, si va davvero verso l’Infinito…

 

Una lapide appena… forse un cippo di travertino. E’ questa la tua tomba? Ma forse non è qui la tua tomba. Forse non è da nessuna parte. E’ oltre le stelle. E’ oltre il vento. E’ oltre la stessa morte. Gli ultimi versi di uno strano e grandioso epitaffio, scelto e voluto quando eri ancora in vita… Cecini pascua rura duces – Ho cantato la vita dei pastori, la vita dei campi, le gesta degli eroi e dei condottieri – Mi tremano le ossa nel leggere queste parole sublimi scritte quasi duemila anni fa. E’ forse un destino essere poeta? Un destino soltanto? Cosa può il Canto? Qual’è la sua forza? Può veramente dare l’immortalità? Il mio cuore si agita, la mia anima si scuote. In che cosa consiste il mistero di questo luogo? Forse nell’ombroso mormorio della natura? Non può cedere alle lacrime il mio occhio limpido di ragazza… E intanto il vento caldo di questa giornata estiva sosta come stupito e attonito e poi va, oltre il tempo e lo spazio, nell’ Eterno.”

 

Francesca Rita Rombolà

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Francesca Rita Rombolà

Francesca Rita Rombolà è una poetessa e scrittrice. Ha pubblicato diversi libri di poesia e di narrativa(romanzi, raccolte di racconti, raccolte di poesie). Ha ricevuto menzioni e riconoscimenti vari da critici letterari e giornalisti(primo fra tutti Indro Montanelli nel lontano 1989)fra i quali Mauro Baroni, Paolo Ruffilli, Ettore Fini, Giorgio Barberi Squarotti. Ha frequentato alcuni corsi di scrittura creativa e ha collaborato con la rivista francese di teatro “CASSANDRE HORSCHAMP” diretta da Marc Tamet autore di teatro contemporaneo a Parigi. Francesca Rita Rombolà collabora oggi con L’Agenzia THOTH(www.thoth.it)che si occupa di eventi, pubblicità, comunicazione e scrive sul blog WWW.POESIAELETTERATURA.IT – Canto e parole nell’era dei sentimenti estinti… Ha scritto anche diversi articoli per il blog CAMBIAVERSO – L’informazione controcorrente. Sue poesie e suoi articoli di musica e letteratura appaiono anche, periodicamente, sul blog DELIRI PROGRESSIVI.

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