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Francesca Rita Rombolà

L’antilirismo nella poesia del Novecento

L'antilirismo nella poesia del Novecento

L’antilirismo è un termine che indica la tendenza al superamento dell’assetto petrarchesco della lingua poetica, abbassando il tono aulico del linguaggio lirico e facendolo scivolare verso la prosa. In questo senso la prima dichiarazione di antilirismo è quella di Giacomo Leopardi sulla “prosa nutrice del verso, giacchè uno che per far versi si nutrisse solamente di versi sarebe come chi si cibasse di solo grasso per ingrassare”(Zib., 29). Del resto, nella stessa poesia leopardiana, i giorni di eccezione del Canzoniere petrarchesco sono sostituiti dal giorno lavorativo e feriale: alla domenica e alle feste comandate è preferito il sabato(“Questo di sette è il più gradito giorno”); alle nobili e celestiali figure femminili della tradizione poetica subentra la più prosaica “donzelletta” di Recanati; al “rosignol che sì soave piagne” il comune “passero solitario” e perfino “la gallina”. Sul piano metrico, non è un caso che sia stato proprio Giacomo Leopardi a rifiutarsi di scrivere sonetti e a intervenire sulla struttura della canzone liberandola dalle forme chiuse della grammatica petrarchesca. Il modello  dell’ antilirismo sono però alcuni versi prosastici di Giovanni Pascoli(“E’ mezzanotte. Nevica. Alla pieve/suonano a doppio; suonano l’entrata; oppure: L’altr’anno, ero malato, ero lontano,/a Messina: col tifo”), ampiamente imitati nel corso del primo Novecento(es. “Piove. E’ mercoledì. Sono a Cesena”, M. Moretti). Anche Eugenio Montale riconosce che il problema della poesia moderna “è di farsi prosa senza essere prosa” e che la sua soluzione sta nell’attingere al “grande semenzaio di ogni trovata poetica che è nel campo della prosa”. Così egli dichiara di preferire “la poesia povera” e ai “bossi, ligustri e acanti” dei “poeti laureati” i comuni limoni(“Qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza/ed è l’odore dei limoni”). Tuttavia, la demitizzazione del linguaggio lirico della tradizione è perseguita dai poeti anche con altri mezzi che però sono solo strumenti diversi per rispondere ad un problema identico. Aldo Palazzeschi usa la parola come un giocattolo e regredisce al linguaggio di filastrocca infantile(“Nazarene settecento/tutte chiuse in un convento/senza luci e senza grate/per le suore rinserrate”). Guido Gozzano demitizza facendo “cozzare l’aulico col prosaico”. Nelle forme che può di volta in volta assumere nei singoli poeti l’antilirismo è la risposta, sul piano del linguaggio e delle tecniche espressive, a due aspetti fondamentali e complementari della poesia del Novecento:

1) Il primo aspetto consiste nella desacralizzazione della figura del poeta(la cosìddetta “perdita dell’aureola”), ossia nel rifiuto dell’immagine del poeta – vate depositario delle certezze e dei valori della nazione. Questo mito, riproposto dai romantici(l’Omero foscoliano è “il sacro vate”)e in tempi più recenti da Giosuè Carducci(“il poeta è un grande artiere”), viene ora rovesciato nell’immagine emblematica del “poeta puer” di ascendenza pascoliana. Il poeta si sente”dimissionario” e, di volta in volta, si presenta come un “povero fanciullo che piange”(Corazzini); un “saltinbanco” che bisogna lasciar “divertire”(Palazzeschi); uno che rimpiange di non “esser il buon mercante inteso alla moneta” o che, addirittura, “si vergogna d’esser poeta”(Gozzano).

2) Il secondo aspetto, collegato al precedente, consiste nella scoperta novecentesca della provvisorietà e precarietà della parola poetica(“Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,/sìqualche storta sillaba e secca come un ramo”, Montale), per cui il poeta sente di “non aver più nulla da dire(Moretti), di “non poter o non dover rifare la testa alla gente”(montale), di poter solo denunciare sottovoce la precarietà, l’effimero, il vuoto abissale della nostra condizione. Sono rivelativi, a questo proposito, gli stessi titoli programmaticamente riduttivi di molte raccolte di poesie(“Piccolo libro inutile” di Corazzini, “Poesie scritte col lapis” di Moretti, “Frantumi” di Boine, ma anche “Fuochi fatui”, “Scampoli”, “Quisquilie” “Bolle di sapone” di Camillo Sbarbaro.

L’antilirismo dei poeti del Novecento si manifesta anche con la scelta di case editrici insolite, piccole, sconosciute che si pongono fuori dal circuito della grande comunicazione e distribuzione, quasi a sottolineare la dimensione “privata” del poetare.

 

Francesca Rita Rombolà

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Francesca Rita Rombolà

Francesca Rita Rombolà è una poetessa e scrittrice. Ha pubblicato diversi libri di poesia e di narrativa (romanzi, raccolte di racconti, raccolte di poesie). Ha ricevuto menzioni e riconoscimenti vari da critici letterari e giornalisti(primo fra tutti Indro Montanelli nel lontano 1989) fra i quali Mauro Baroni, Paolo Ruffilli, Ettore Fini, Giorgio Barberi Squarotti. Ha frequentato alcuni corsi di scrittura creativa e ha collaborato con la rivista francese di teatro “CASSANDRE HORSCHAMP” diretta da Marc Tamet autore di teatro contemporaneo a Parigi. Francesca Rita Rombolà scrive sul blog WWW.POESIAELETTERATURA.IT – Canto e parole nell’era dei sentimenti estinti… Ha scritto anche diversi articoli per il blog CAMBIAVERSO – L’informazione controcorrente. Sue poesie e suoi articoli di musica e letteratura appaiono anche, periodicamente, sul blog DELIRI PROGRESSIVI. Scrive sul giornale on line PrimaPaginaOnLine.org.

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