Kelvin 273

Francesca Rita Rombolà

Poesia iconica e poesia visiva

Poesia iconica e poesia visiva

Dal greco eikòn, immagine, l’icona in semiologia è qualunque immagine portatrice di significato. La poesia, essendo basata sugli “a capo” e sulla divisione strofica, trasmette di per sè una inconfondibile immagine iconica che la rende subito riconoscibile fornendo allo sguardo informazioni supplementari sulla sua forma e, indirettamente, sul contenuto. La lunghezza del verso o delle strofe, la presenza o l’assenza del titolo, il rientro o la sporgenza del capoverso, gli spazi bianchi, la stessa impaginazione tipografica, talvolta perfino la scelta dei caratteri di stampa divengono altrettanti elementi della comunicazione letteraria(di recente è stato proposto il termine di “paratesto”, ciò che sta prima o intorno alla scrittura). I poeti moderni hanno enfatizzato gli aspetti iconici della poesia e, specialmente i poeti dell’avanguardia storica e non, hanno fatto ricorso all’impiego di tecniche compositive di tipo grafico fino al dissolvimento della scrittura poetica nella poesia visiva. << Il verso è spesso un’illusione ottica. In una certa misura lo è sempre stato. Una impaginazione sbagliata può rovinare una poesia. “I fiumi” di Giuseppe Ungaretti non sono comprensibili senza lo stillicidio verticale delle sillabe. Gran parte della poesia moderna può essere ascoltata solo da chi la abbia veduta >>. Così si è espresso Eugenio Montale al riguardo.

La poesia visiva è un componimento poetico nel quale il normale equilibrio fra il sistema comunicativo basato sul linguaggio e quello basato sull’immagine grafica(icona)viene rotto a favore di quest’ultimo. La parola si rivolge più alla vista che all’udito e l’immagine acustica si risolve nell’immagine visiva. In relazione ai diversi gradi di “visività” della poesia si ha il calligramma, il paroliberismo, il technopaignion. In tutti questi casi Giovanni Pozzi parla, con felice metafora, di “parola dipinta”.

 

 

“Un poeta morto portato in spalla da un centauro”, dipinto forse fra i più riusciti del pittore simbolista francese Gustav Moreau. La forza bruta, primitiva, incapace di vedere e di comprendere si piega alla bellezza, alla delicatezza, alla finezza, alla levità, al mistero della parola, alla sua incarnazione nel poetare. Il poeta porta in sè, ha in sè la morte fin dal suo nascere, oltre che nel suo incessante e ineluttabile manifestarsi al mondo; tuttavia, come per un oscuro paradosso, è vita piena e latore di un messaggio che travalica la dimensione spazio – spazio temporale per librarsi nell’immortalità: la propria e quella delle cose donata con gratuità dal suo canto. Centauro e poeta sono quasi le due metà del symbolon ritrovatesi, l’unione dei contrari possibile e realizzabile nel mondo fenomenico, in un certo qual senso ancora prima e improvvisamente, fulminea epifania dell’Essere, che in quello del noumeno.

 

 

La poesia che apre la mia silloge poetica “Petali Grigi”(Edizioni del Leone – Venezia – 2004)è un esempio piuttosto completo e significativo di poesia iconica e visiva, anche perchè sulla copertina del libro vi si contempla il dipinto del cui tema – soggetto, appunto, canta.

 

 

UN POETA MORTO PORTATO IN SPALLA DA UN CENTAURO

(Poesia scaturita da un approccio di visione con un dipinto di Gustav Moreau)

 

La ferita non si chiuderà

– Mai, un per sempre –

Perchè c’è sentore di rose

In questo sangue – prima del trauma –

 

Il cavernoso centauro

Mi porta in spalla – rigido

Alabastro, venature, inno –

Fresca corona dell’estate

 

La fronte reclinata

Figura carica – e soffia una farfalla

Dalle stelle impetuose del Settentrione

Regni ultrasensibili, ruvido contatto –

 

Parto prematuro – dolcezza! –

Immane, razza iperborea estinta

Estinta razza protetta dall’Azzurro

Nessun mare,nessuna terra, nessun velo

 

Portami – inerte – rude abbraccio

I piedi lambiscono la terra

Il vero suolo – perle –

Dalla prima ostrica degli abissi

 

Morte o vita – il sano sonno

Dei fanciulli – niveo contorno

Delle palpebre, profumo di mandragora

Sulle labbra. Un lieto riposo – E sia! –

 

Già il sole ha rapito il lauro

Alle tempie. Le ninfe e i satiri

Si disputano la cetra. – Crudi morsi. –

Il drappo – velluto o zolla erbosa –

 

Non copre ormai e più

L’androginia dell’essere – corpo e sesso –

Ahi membra e solenne frusciare

Il trotto degli zoccoli mesti non rimbomba.

 

Francesca Rita Rombolà

 

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Francesca Rita Rombolà

Francesca Rita Rombolà è una poetessa e scrittrice. Ha pubblicato diversi libri di poesia e di narrativa (romanzi, raccolte di racconti, raccolte di poesie). Ha ricevuto menzioni e riconoscimenti vari da critici letterari e giornalisti(primo fra tutti Indro Montanelli nel lontano 1989) fra i quali Mauro Baroni, Paolo Ruffilli, Ettore Fini, Giorgio Barberi Squarotti. Ha frequentato alcuni corsi di scrittura creativa e ha collaborato con la rivista francese di teatro “CASSANDRE HORSCHAMP” diretta da Marc Tamet autore di teatro contemporaneo a Parigi. Francesca Rita Rombolà scrive sul blog WWW.POESIAELETTERATURA.IT – Canto e parole nell’era dei sentimenti estinti… Ha scritto anche diversi articoli per il blog CAMBIAVERSO – L’informazione controcorrente. Sue poesie e suoi articoli di musica e letteratura appaiono anche, periodicamente, sul blog DELIRI PROGRESSIVI. Scrive sul giornale on line PrimaPaginaOnLine.org.

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