Kelvin 273

Francesca Rita Rombolà

Il poeta e il labirinto immaginifico

Il poeta e il labirinto immaginifico

La Poesia, come l’amore, per sua natura appartiene alla sfera dell’indicibile. Come tutto ciò che ha a che fare con l’anima, con la dimensione più profonda e segreta dell’essere, è vicina al mistero. E’ essa stessa mistero. E’ mistero inaudito. E’ mistero cosmico. Perciò si accompagna al silenzio, ed è imperscrutabile essenza del silenzio. Superare la barriera dell’inesprimibile, dare forma o corpo all’indicibile è impresa folle, quasi pienezza di “terrore panico” in cui solo i poeti si sono cimentati… e si cimentano da sempre. E’ un addentrarsi nel labirintico mondo immaginale per cogliere le mille cangianti sfumature che il poeta trae dal silenzio per dar loro voce e parola. In questo profondo e spesso doloroso viaggio misterico il poeta è il folle, il portatore e, insieme, il mediatore di quella “sacra e divina follia” per mezzo della quale si confronta con l’inesplicabile per far sì che tale esperienza misteriosa e sovvertitrice diventi suono, parola, canto. Nel labirinto in cui le multiformi realtà immaginali si dispiegano e, tuttavia, vengono come imprigionate la Poesia è il velo che cela e custodisce, innalza e separa, unisce e consacra; ma è soprattutto il “filo di Arianna” che guida il prigioniero, l’errante verso la possibile uscita e dunque verso la libertà. Solo il linguaggio poetico, fra tutti i linguaggi, sa muoversi con destrezza e con familiarità all’interno del labirinto immaginifico. Schiva i perigliosi ostacoli e supera le terribili prove procedendo saldo, fermo, sicuro, impavido.

Che cos’è la follia del poeta? La follia del poeta non è pazzia, non è demenza, non è malattia mentale. La follia del poeta è un qualcosa di divino, ha in sè l’oscuro e grandioso germe dell’Altrove pronto a crescere e a svilupparsi nella scaturigine dei versi, nella sublimità delle assonanze, nell’alternanza armoniosa delle rime. E’ una follia sacra. Scintilla del Divino che penetra, trasfigura, trasforma, possiede e pervade. Scaturigine prima e ultima. Sogno e fluttuazione. Dolore e gioia, profondissime e di sconvolgente intensità. E questa follia divina fa del poeta il Teseo della parola che nel labirinto seguie il suo filo di Arianna fatto di sospiri e di scrittura, di lacrime e di ispirazione, di ludico percepire e di assoluto slancio oltre l’umano.

Che cos’è il labirinto? Il labirinto è simbolo e metafora primordiali. Arcaicità lunare. Respiro del mondo e dell’uomo. Non una prigione, nè un carcere, nè un gioco complicato e assurdo. Antico quanto l’uomo, è remota radice di civiltà in quanto ne presuppone la struttura portante cioè la scrittura e il fare anima. Il labirinto di pietra nasconde il potere che l’immaginifico ha di costruire e di distruggere, di perdere e di salvare, di innalzare o di precipitare non importa se un mondo, un sogno, una realtà, una vita, un’idea, un senso compiuto dell’essere e di tutte le cose. Esso rimane inesplorato, luogo in sospensione tra gli stati animici in cui perdersi per sempre o per sempre rinascere a nuova esistenza o essenzialità fino a quando la scrittura, invenzione di eccellenza umana e di elevazione spirituale per eccellenza, non si avventura in esso per conoscere, per capire il mistero dell’uomo e dell’anima che lo compone, lo guida, lo rende umano. Zone d’ombra e di luce caratterizzano l’immaginifico, meandri sinuosi e contorti i suoi passaggi ampi come strade in pianura o stretti come sentieri di montagna; procedere, inoltrarsi senza l’uso originario e perduto della parola non serve più, come non serve più la rimozione del vissuto e il rigetto di ogni voce che giunge dagli strati più cupi, più neri, più distorti dell’anima/animus. Una volta varcata la soglia bisogna proseguire con determinazione e con coraggio, pieni di paura sì ma anche fortemente motivati a muovere oltre la paura attravarsandola, andandogli incontro e rischiare anche di morire se ciò comporta il riscatto dalla schiavitù interiore. E’ folle, davvero folle entrare nel labirinto dove nulla è e tutto può essere, niente è normale e scontato e tutto si ribalta e si rovescia in un attimo e dove un mostro dal potere sovrumano è pronto a fare a pezzi e a divorare. La follia, la divina follia del poeta accorre in aiuto come scudo per proteggere dagli assalti eruttivi dell’immaginifico e come lancia per colpire il male interiore che genera gabbie, dipendenza, assuefazione, schiavitù, barbarie, violenza, coercizione. Allora l’indicibile si fa dicibile, l’inesprimibile nomina le cose e canta, il silenzio si trasforma in voce che crea, il tutto trasfigurantesi in apertura al mondo e alle sue infinite possibilità.

Si è trovata così l’uscita dal labirinto per mezzo della voce del poeta.

 

 

Elis 2

 

Orme, un filo, una traccia che seguo intravisti nel buio

 

 

 

I canopi sono fiori

Il fiore del canopo

E’ la gialla alba divenuta azzurra.

Dall’esile voce il gioiello

Si rinnova,

Un fragile sussurro delle foglie d’acanto.

Fragili rami

Nel fragile sogno,

L’acqua risplende

Dell’infranta bocca del ghiaccio.

Bocca, suggello

Di labbra dal rosso colore dell’eternità.

 

 

Fu, come l’Eterno disteso nelle braccia

Fu, le membra di un’arpa

Dell’alabastro più fine

Fu, un caro dolore, l’Innato.

 

 

La lingua, chiave di tutte le porte

Un suono perduto che riapre

La porta distrutta

Quelle ciglia vibratili che perseguirono

Il dolce parlare

Di un flebile suono.

Fanciullo del travaglio interiore

Fanciullo nel fosco cullare

Dello spasimo solitario.

A molti rifulse nelle ombre

La sponda

La forma e la luce;

A quei molti e a ciascuno

Il dolore e l’azzurro aprirono il mare precluso.

 

 

Vieni con me, la pietra è mutata

In fluide lacrime

Il dolore in luce della notte

L’azzurro nei tormenti estirpati.

Ad altri diede l’ascendere violento.

La fitta oscurità del brillamento possente.

Sul giaciglio del nero inverno

La primavera dorme sicura.

A me Eternità o Lutto: il Fanciullo.

 

 

Il tenero virgulto stilla un corpo incorrotto

Su di me

o fanciullo che oggi temeraria porto nel mio seno

Il seme vivente che lasciaste

Alla fertilità dell’unico giorno;

Tutti conoscemmo i dolori del parto

E amammo il frutto oscuro senza nome.

Pochi, molti e ancora di meno

L’esile pianto nel buio lo udimmo.

Il grido predetto o il vento serale

Nel canneto dei flauti autunnali.

 

 

I folli trovarono il luogo.

O come vivido e morente sanguina

il capo del mio fanciullo,

Fuoco infittito dell’odiata follia della stirpe.

Io per ultima invoco il mattino.

 

Poesia tratta dalla raccolta “Alba, sul ponte sospeso” (1994) di Francesca Rita Rombolà

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Francesca Rita Rombolà

Francesca Rita Rombolà è una poetessa e scrittrice. Ha pubblicato diversi libri di poesia e di narrativa(romanzi, raccolte di racconti, raccolte di poesie). Ha ricevuto menzioni e riconoscimenti vari da critici letterari e giornalisti(primo fra tutti Indro Montanelli nel lontano 1989)fra i quali Mauro Baroni, Paolo Ruffilli, Ettore Fini, Giorgio Barberi Squarotti. Ha frequentato alcuni corsi di scrittura creativa e ha collaborato con la rivista francese di teatro “CASSANDRE HORSCHAMP” diretta da Marc Tamet autore di teatro contemporaneo a Parigi. Francesca Rita Rombolà collabora oggi con L’Agenzia THOTH(www.thoth.it)che si occupa di eventi, pubblicità, comunicazione e scrive sul blog WWW.POESIAELETTERATURA.IT – Canto e parole nell’era dei sentimenti estinti… Ha scritto anche diversi articoli per il blog CAMBIAVERSO – L’informazione controcorrente. Sue poesie e suoi articoli di musica e letteratura appaiono anche, periodicamente, sul blog DELIRI PROGRESSIVI.

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