Kelvin 273

Francesca Rita Rombolà

Versi spezzati e incerti, frammenti dispersi e lacerati oltre il tempo

Versi spezzati e incerti, frammenti dispersi e lacerati oltre il tempo

Il cielo è bianco. La terra è bianca. L’aria è freddissima. Il mondo ha vissuto la sua apocalisse ormai da tempo. La civiltà è scomparsa dalla faccia del pianeta. Spazzata via forse da una guerra atomica, forse da un’immane catastrofe naturale forse perfino di origine extraterrestre. La vita si è quasi estinta. La varietà di colori, con le loro molteplici sfumature che caratterizzavano le terre emerse, è scomparsa. La fauna e la flora terrestri, evolutesi in milioni di anni, non esistono più. Era un pianeta meraviglioso, il terzo di un sistema solare collocato non troppo al centro di una galassia come ve ne sono centinaia o anche migliaia in tutto l’Universo conosciuto e sconosciuto. Un pianeta meraviglioso, sì. Per il solo fatto che vi era la vita: forme di vita via via sempre più complesse fino a raggiungere quella umana, la più completa e complicata, la più enigmatica, la più sublime e, allo stesso tempo, la più controversa e contraddittoria che si potesse mai immaginare e realizzare.

 

Ma adesso è tutto finito… In questo ammasso sferico di macerie, di ceneri, di polveri radioattive, di strati su strati di scheletriche rovine, di disumani silenzi, di urla di dolore inascoltate, di desolazione infinita e di abominio cosmico che è diventato il pianeta terra si muovono sparuti gruppi di esseri che, in giorni remoti, sono stati umani. Errano senza meta, senza illusioni e, forse, senza più un briciolo di speranza. Per sopravvivere forse si sono nascosti nel ventre di caverne celate a ogni sguardo e a ogni sospiro o in sottosuoli profondissimi dove la luce o le tenebre non hanno nemmeno più significato. Il vento mortale sferza i loro volti impavidi e circonda i loro occhi spenti. Cosa cercano ormai più? E perchè si muovono, camminano, quasi a voler sfidare la morte che, intorno e sopra di loro, aleggia sovrana?

 

 

E’ un’eterna notte. Buio è divenuto il mondo. Tenebre e freddo lo avvolgono. Freddo. Perchè non vi è più calore alcuno. Lungo e impietoso è l’inverno nucleare quando giunge, si insinua, si rafforza, prende dimora stabile negli abissi del mare come nelle altezze dei cieli. Freddo. Ancora e sempre freddo. Freddo. E nessun fuoco che riscalda. Il fuoco non è più. Neanche il concetto di fuoco fa capolino nelle menti traumatizzate di quanti sono sopravvissuti alla sua cieca furia e al suo inverosimile potere di distruzione. Dovrebbe esistere o prender vita un nuovo Prometeo pronto a rubare il fuoco agli dei per donarlo agli uomini impietosito dalla loro erranza e dalla loro misera sorte. Ma Prometeo è stato sempre e soltanto un mito, e i miti nascono dalla memoria e dall’ingegno degli uomini. Si fermano per riposare. Si siedono presso rocce surreali. Qualcuno apre la bocca. Le labbra schioccano in un sussurro. Fuoriescono parole. Forse reminescenze antiche sopite e custodite fino all’inverosimile.

 

“Cantami, o Diva, del pelide Achille…

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

che la diritta via era smarrita…

Ecco che nel sogno mi parve forse

vicino a me, davanti agli occhi,

Ettore mestissimo…

Il signore del Reno rivestì i suoi guerrieri

per la festa di corte…

Scosse il mio Cid le spalle

e crollò il capo.

Mio Cid Rui Diaz entrò in Burgos…

E il naufragar m’è dolce in questo mare

Mi illumino d’immenso…

 

E la stanchezza, d’improvviso, diminuisce. Il freddo si smorza un poco… E ci si accorge di essere ancora vivi, ma soprattutto di essere ancora umani

 

E’ solo uno scenario futuro(remoto o prossimo chi può dirlo?), non del tutto impossibile, creato dalla fervida immaginazione di un poeta troppo folle, troppo visionario o troppo solitario. Ma, di certo, i versi spezzati e incerti di una poesia, i frammenti dispersi e lacerati di un poema possono riaffiorare alla memoria all’improvviso dalle epoche e dalle ere, e da un inconscio collettivo dormiente o in shock all’indomani di un’immane catastrofe planetaria, perchè si riesca a riacquistare, soltanto e appena, la vana speranza di non sentire il freddo, la sua insopportabile morsa, di non soffrirlo atrocemente insieme ad un intero pianeta che muore o è ormai morto… sì, la vana speranza di un nuovo inizio, seppur vago e ancora imprigionato dalle coltri della temporalità oltre il tempo.

 

Francesca Rita Rombolà

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Francesca Rita Rombolà

Francesca Rita Rombolà è una poetessa e scrittrice. Ha pubblicato diversi libri di poesia e di narrativa(romanzi, raccolte di racconti, raccolte di poesie). Ha ricevuto menzioni e riconoscimenti vari da critici letterari e giornalisti(primo fra tutti Indro Montanelli nel lontano 1989)fra i quali Mauro Baroni, Paolo Ruffilli, Ettore Fini, Giorgio Barberi Squarotti. Ha frequentato alcuni corsi di scrittura creativa e ha collaborato con la rivista francese di teatro “CASSANDRE HORSCHAMP” diretta da Marc Tamet autore di teatro contemporaneo a Parigi. Francesca Rita Rombolà collabora oggi con L’Agenzia THOTH(www.thoth.it)che si occupa di eventi, pubblicità, comunicazione e scrive sul blog WWW.POESIAELETTERATURA.IT – Canto e parole nell’era dei sentimenti estinti… Ha scritto anche diversi articoli per il blog CAMBIAVERSO – L’informazione controcorrente. Sue poesie e suoi articoli di musica e letteratura appaiono anche, periodicamente, sul blog DELIRI PROGRESSIVI.

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